I rischi del nuovo Senato

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

L’attacco alla democrazia – Parte 1

Cambiano i tempi, cambiano i modi ma l’obiettivo rimane sempre uno, il sovranità del popolo, la sua capacità di dettare gli scopi e i fini dell’azione pubblica. In una parola, la democrazia.

Cambiano i tempi, si perché, come anche Zagrebelsky ha sottolineato, le scelte collettive, quelle che riguardano la collettività, trovano, nell’attuale concezione della politica, il loro essere nel tempo dell’esecutivo. C’è una precisa ideologia che permea l’esecutivo, chiarisce il presidente emerito della Corte Costituzionale, ed è quella ideologia che vede l’esecutivo legato inscindibilmente all’affare, al business, a quel giro di speculazioni finanziarie che per vivere hanno bisogno di qualcuno che, appunto, esegua. L’esecutivo infatti, secondo la visione rousseauniana, dovrebbe essere un organo privo di poteri effettivi ma che ponga in essere le decisioni di un altro potere. Tutto sta a vedere a quale potere esso presti la sua opera.

Nel tempo dell’esecutivo, dove esso prende il sopravvento, prende il sopravvento anche la sua ideologia affaristica che si porta dietro la “dittatura della necessità”, tutto diventa necessità perché è in essa che prolifica la speculazione finanziaria. Le parole “cambiamento”, “innovazione”, “riforme” creano la necessità. Si crea la necessità e si vende la soluzione. Ma la necessità è una dittatura per il suo essere intrinseco, non lascia alternative, non cambia, non muta, lascia un’unica via obbligata: la sua soddisfazione. Questa via obbligata segna il nichilismo di tutti gli altri valori che esulino da quella necessità, tutti, democrazia compresa.

Lo si vede anche dal linguaggio che ha portato questa ideologia del “fare” e “fare fretta”, quelle frasi come “tirare dritto”, “lo chiede l’europa”, “cambiare verso” segna il compimento assoluto di quell’ideologia. Il Governo (con la G maiuscola) non dovrebbe tirare dritto, ma guardarsi intorno. Nella scelta dei fini dovrebbe tendere l’orecchio alle istanze della collettività. La scelta dei fini collettivi è attività che per antonomasia richiede l’ascolto del dissenso, l’ascolto della critica e l’apertura a rivedere quella singola strada battuta dalla necessità. Un Governo non può, nelle sue attività, bollare il dissenso come qualcosa di cui sbarazzarsi, o semplicemente anche ignorare. Bollare come “gufi”, “sorci verdi”, “professoroni” chi esprime contrarietà, è il segno che nel tempo esecutivo non c’è spazio per il dialogo di nessuno volto alla ricerca collettiva della felicità. Il tempo esecutivo, come un novello Luigi XIV, impone una nuova “loi du silence”, di certe cose non si parla, si agisce sordi e muti, si “tira dritto” per quale strada e con quali effetti non è dato sapere.

Il tempo esecutivo è anche il tempo tecnico. Dove bisogna fare, dove si sacrifica tutto al pragmatico, serve la tecnica. I governi tecnici di questi ultimi anni ne sono stati l’emblema. Il tecnico per sua definizione è conservatore, ripara non innova. Il tecnicismo applica regole aride che non consentono appello e scansa la politica intesa come la intendevano i greci,come polis, la determinazione degli scopi attraverso la connessione delle diverse istanze della società.

Si capisce come in questi tempi, si rivoltino i normali rapporti ascensionali dal basso verso l’alto che dovrebbero caratterizzare un ordinamento costituzionale pluralistico. E’ intuitiva, per capire questi rapporti, la figura dalla “piramide costituzionale” che Zagrebelsky fa. I rapporti costituzionali dovrebbero partire dal dialogo in una base molto ampia che coinvolga i più larghi strati della società e salendo, queste istanze, trovano completa realizzazione nello Stato che è la punta della piramide. Stiamo assistendo al rovesciamento di questa piramide dove le decisioni vengono calate dall’alto, dall’esecutivo che si sbarazza degli altri poteri, e le impone d’autorità ad una società inerme e alle volte lobotomizzata, rassegnata, passiva.

Quanto poco dovrebbe ingerire l’esecutivo con le riforme costituzionali lo aveva ben chiaro anche Pietro Calamandrei, che in Assemblea Costituente quando si passò a discutere degli articoli della Carta chiese ai ministri di uscire dall’aula per sottolineare che solo i rappresentati della Nazione hanno il potere e la facoltà di discutere e modificare quella che è una conquista comune, la Costituzione.

La Costituzione ovviamente non un totem, immutabile, immodificabile. Anzi è altrettanto essenziale per la vita democratica che la Costituzione sia in grado di intercettare i cambiamenti della società che evolvendosi, evolve anche i propri bisogni e i propri diritti. La Costituzione è un bene comune ed è un nostro dovere proteggerla, mantenere la politica in mano ai cittadini, alla società civile. Evitare che essa si addensi attorno a tutte quelle oligarchie finanziarie, e non, che gravitano inevitabilmente intorno agli esecutivi sarà vitale per la sopravvivenza della Democrazia.

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Quando si confonde la sudditanza con la “democrazia interna”

Sono ancora li. Esistono, anzi, resistono anche contro l’evidenza più assoluta. Gli “irriducibili” del PD, si chiamano minoranza tra di loro ma sono solo dei renziani inconsapevoli, incapaci di intendere e di volere.

Insensibili a qualsiasi rimostranza, l’obiezione più elevata che riescono a muovere è l’importanza della “democrazia interna” che, nei loro deliri da reduci di guerra, vedono nel PD. Ma la “democrazia interna” è bella e costruttiva finché si rimane nell’alveo dei capisaldi politici di un partito. Quando questi vengono totalmente snaturati, stravolti, vituperati e dilaniati, siamo ben oltre la “democrazia interna”. Siamo alla contrapposizione, allo scontro inevitabile di ideologie e valori diversi provenienti da scuole politiche diverse, contrapposte persino storicamente. Un partito non è una squadra di calcio che se vince o se perde se ne rimane tifosi per attaccamento alla maglia, al simbolo. Un partito è un contenitore di idee e valori, quando questi non esistono più o sono in misura talmente infinitesimale che, come vediamo, non consentono neanche più una discussione degna di essere presa sul serio da chi ha preso le redini del comando.

Quando si esce fuori da quell’alveo entriamo nella sfera della sudditanza il solo modo per evitare la contrapposizione, e non la si può confondere con la “democrazia interna”. Quella sudditanza infima, tra l’altro, di chi non ha il coraggio di ammettersi sconfitto e fa la voce grossa lontano dal padrone e subito dopo si prostra davanti ad esso. Non c’è margine per edulcorare la situazione, il punto di rottura è stato superato ormai da tempo. Non c’è più margine di manovra, di discussione, di confronto. O si è sudditi, o si è oppositori.

Non si può stare in un partito che zittisce i lavoratori e da voce a padroni che rimettono in discussione persino il diritto di sciopero. Non si può più stare in un partito dove la dirigenza fugge a chiudersi in una moderna Versailles mentre giovani e meno giovani combattono per il loro futuro. Non si può più stare in un partito dove il segretario cita De Gasperi invece di Gramsci, Togliatti o Berlinguer. Qui non è più una questione di scelta di correnti, la questione ormai è che o si va a sinistra o non si va da nessuna parte. Basta illusioni.

pd-renzi

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Un PD da “Ancien Régime” si chiude alla Leopolda mentre i lavoratori scendono in piazza.

“Il futuro è solo l’inizio” questo l’accattivante slogan dell’edizione 2014 della Leopolda. Un futuro che non siamo per niente ansiosi di vedere. La corte di sua maestà Matteo si chiude in una stazione di Firenze per una convention politica che politica non è, non ha partito, non ha correnti, non ha temi. Tiene lontani governo e istituzioni dall’attenzione ai problemi del paese che oggi a Roma scende in piazza con i lavoratori, con i giovani, con i pensionati; ma ad ascoltarli non c’è nessuno. Nessuno di quelli che per storia ed ideali dovrebbero essere in prima linea nelle lotte sociali e di classe, vicini ai lavoratori, ai bisognosi, ai giovani , ai compagni.

Ma niente. Tutti lontani dagli appelli del popolo, chiusi in una cerchia ristretta di “clientes” a discutere di futuro senza i diretti interessati. Niente dibattiti, niente critiche, niente contestazioni; un ambiente asettico costruito ad hoc per ascoltare i problemi di chi quell’ambiente l’ha costruito con “donazioni” in cambio di provvidenziali nomine pubbliche (che saranno oggetto di un’interrogazione parlamentare come riporta oggi Huffington Post). Giustamente chi finanzia questo governo deve anche avere l’occasione per poterne dettare le linee per i prossimi anni; gli investimenti dei padroni dovranno anche fruttare qualcosa, no?

Mentre questa piccola corte si isola in una moderna Versailles travestita da Firenze, il paese manifesta il proprio malcontento, in cerca di un interlocutore che non c’è si rivolge anche al Papa che con modernità ascolta e fa quel che può, conscio che quel ruolo temporale è più anacronistico che altro.

Un paese che chiede solo il rispetto dei suoi diritti, no slogan o grafiche accattivanti, chiede un futuro (quello vero) per i propri figli, chiede dignità e rispetto, non elemosine. Dice basta a questi raggiri del “ti do uno e ti rubo dieci mentre guardi quell’uno”.

Il PD è un partito di sinistra ma senza sinistra, lontano, distante, autocrate, senza ideali, senza nulla degno di essere di sinistra, quella vera.

manifestazione-cgil

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Quando lo Stato è assente.

Lo Stato è assente. Assente da ogni forma di vita associata, sia che sia richiesto per tutelare, sia che per far rispettare la legge. 

Chi ne fa le spese siamo sempre noi, sempre gli stessi. Non importa quale mestiere tu svolga, dove tu viva, quando hai bisogno dello Stato lui non c’è. 

Lo vediamo nella quotidianità delle notizie che sentiamo, dagli episodi che viviamo, dai suicidi degli imprenditori usurati da Agenzie private, da giovani disoccupati, dai meno giovani comunque disoccupati, dallo sciopero delle forze dell’ordine sottopagate e da ultimo da adolescenti uccisi per illeciti stradali. Quando lo Stato abbandona i suoi cittadini deve assumersi la responsabilità delle vittime che vengono mietute, quando la legge rimane solo parola vuota su carta la disperazione e il degrado imperversano nei cuori e nelle strade. E la gente muore, da sola, disgraziata, senza speranza. 

Lo Stato ormai è capace, parafrasando Dè Andre’, solo di gettare la spugna e neanche più con “gran dignità”. Annunci e promesse puntualmente smentite e disattese. Un impegno politico limitato e concentrato a trovare di volta in volta grafiche sempre più accattivanti per slide e manifesti con slogan sempre meno persuasivi, che raramente ne sintetizzano i contenuti. 

E, intanto, la gente muore, da sola, disgraziata, senza speranza. Quando lo Stato è assente.

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Immunità, una garanzia trasformata in impunità?

Il discorso sull’immunità parlamentare è tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni con la proposta dell’emendamento in Commissioni Affari costituzionali sulla reintroduzione dell’immunità anche al Senato voluta dall’eterogenea coppia Finocchiaro-Calderoli. 

E’ inutile negare che attualmente l’immunità parlamentare ha garantito un corporativismo all’interno del Parlamento, che ha contribuito a generare una coltre densa di fumo dove si sono perpetrate tutte le collusioni e corruzioni che ormai sono all’ordine del giorno.

L’immunità storicamente è stata nel nostro paese una grande garanzia costituzionale voluta in maniera particolare dalle sinistre, ma accettata e riconosciuta utile da tutta l’assemblea costituente. All’art 68 la nostra Cost. recita « I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza » 

Dopo il fascismo il problema della libertà dell’organo legislativo e la sua indipendenza dall’organo esecutivo (dal quale dipendeva quello giudiziario) divenne il punto centrale della garanzia democratica e costituzionale. Questo fondamentalmente perché si riconobbe il fatto che il parlamentare, espressione della sovranità popolare, dovesse poter esprimere la propria opinione e compiere il mandato senza alcun vincolo nei confronti degli altri poteri. 

E così è anche negli altri paesi europei che, più o meno ampiamente, prevedono le stesse garanzie ai propri parlamentari.  Ad esempio Spagna, Francia e Germania prevedono una doppia garanzia per i propri rappresentanti essi non sono perseguibili né penalmente, né civilmente per le azioni e dichiarazioni rese nell’esercizio delle loro funzioni (per la Germania è esclusa la calunnia); e non sono passibili di arresto a meno della flagranza o dell’autorizzazione a procedere. A contrario in Svezia, Paesi Bassi e Regno Unito l’immunità dei parlamentari si arresta alla libertà di espressione (escludendo addirittura le dichiarazioni rese alla stampa) mentre possono essere perseguiti come qualsiasi altro cittadino se ritenuti responsabili di illeciti penali. 

Sicuramente una forma di garanzia è fondamentale per lo svolgimento del processo democratico. Ma in Italia cosa è successo? Cosa hanno trasformato una garanzia fondamentale in un’impunità semi totale di un gruppo oligarchico di persone? 

Le ragioni sono molteplici e complesse. Sicuramente una Giunta per le autorizzazioni non terza che ha garantito il formarsi di un solido spirito di corpo cameratistico. Ed in secondo luogo la totale mancanza di responsabilità politica degli eletti, fondata sull’impossibilità dell’elettorato a manifestare il proprio voto su quella persona piuttosto che ad un altra. Si è obbligato l’elettorato a votare liste chiuse di persone che negli anni sono stati coacervi di “clientes” più o meno onesti, dei capi partiti di turno. 

Se uniamo questa concezione dell’immunità ad una riforma del Senato che prevede l’elezione indiretta di Sindaci e Consiglieri regionali a Palazzo Madama, abbiamo una formula totalmente deviata dell’immunità, che da garanzia fondamentale sarà destinata sicuramente a trasformarsi nel più grande abuso dei fondamenti democratici della storia della Repubblica.

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

La riforma della legge elettorale “Berlusconi-Renzi”, un “Porcellum 2.0”

Nella storia dell’Italia democratica il sistema elettorale è sempre stato al centro della discussione politico-istituzionale. Mai come oggi però la discussione è stata così accesa. Partiamo dalla sentenza della Consulta 1/2014. 

“La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.”

Due sono i vizi che la Corte ha ritenuto non conformi a Costituzione, la mancanza di una soglia per l’assegnazione del premio e la totale impossibilità per l’elettore di scegliere il proprio rappresentante in sede elettorale.

Ciò che ne è conseguito è cronaca, il disegno di legge “Belusconi-Renzi” più comunemente chiamato “Italicum” è di fatto il testo di riforma che dovrebbe, in teoria, assolvere al giudicato costituzionale.

Tralasciando le discussioni di modifica attualmente in corso il meccanismo che questo testo propone è chiaro. Liste più piccole da tre a sei candidati per ogni collegio ma sempre bloccate, l’aumento delle soglie di sbarramento all’8% per le liste singole, un premio di maggioranza che pretende di scattare al 37% dei voti assegnando in più il 15%  dei seggi (nell’incomprensibile operazione matematica di sommare spaghetti con san pietrini). E’ inutile dire che questo sistema oltre ad non assolvere alla sentenza della consulta mira chiaramente a costituire legislativamente un bipolarismo che in Italia non c’è mai stato né politicamente né sociologicamente.

E’ interessante notare che, in un recente dibattito svoltosi nella facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza su questo tema, il professor Agosta definisce questo testo un “riporcellum”. Questa definizione è spiegata bene nell’intervento del professor Bilancia che sottolinea come questo testo non corregge i vizi di costituzionalità della precedente legge ma adotta solo dei “sofismi adattativi” che di fatto non modificano un sistema anzi, lo peggiorano.  La mancanza di preferenze o collegi uninominali (auspicati nel referendum del 93) non possono essere sostituiti con liste bloccate se pur più piccole, così facendo avremo pur sempre un parlamento di nominati decisi dalle sale private dei grandi partiti. Per le soglie di sbarramento dell’8% (ricordiamo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato non conforme ai principi democratici una soglia del 10%), non solo risulterebbe quanto meno scomodo in un paese eterogeneo come l’Italia, ma incentiverebbe coalizioni insincere e giochetti di palazzo nella composizione delle liste dei grandi partiti che di fatto non risolverebbero il tanto declamato problema della stabilità di governo.  Con questo sistema si raggiungerebbero sì maggioranze amplissime ma tuttavia pur sempre maggioranze fragili, eterogenee e mutevoli a seconda delle esigenze. 

Infatti i piccoli partiti diventerebbero solamente dei riempitivi nel caso in cui, pur all’interno di coalizioni non raggiungessero il 4,5% non avrebbero diritto a seggi ma i loro voti concorrerebbero comunque al raggiungimento della soglia per la coalizione. Tutto ciò per dare uno slancio definitivo al perverso ed antidemocratico concetto del “voto utile” contro “voto inutile”. Senza contare che coalizioni di piccoli partiti al di sotto del 12% nascerebbero già morte, in quanto prive di seggi.

E’ utile sottolineare che, oltre tutto ciò, il “nuovo” testo prevede ancora la possibilità di multi candidature in più collegi (dando ancora maggior potere nella scelta degli eletti al leader delle liste).

Risulta chiaro, quindi, che non solo la riforma non corregge i vizi di costituzionalità enunciati nella sentenza della Corte ma incorrerebbe in un ulteriore vizio, quello della violazione del giudicato costituzionale. 

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

La riforma elettorale: l’importanza delle preferenze in un sistema democratico

La riforma elettorale tiene scacco sulla cronaca politica degli ultimi giorni. Il caso dell’intesa Renzi-Berlusconi è il centro del ciclone, che rischia di oscurare il vero punto centrale della questione: la reiterata assenza delle preferenze nella bozza del nuovo sistema elettorale.

Partiamo dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incompatibile con il testo della Costituzione la legge 270/2005 più comunemente detta “porcellum” nella sentenza 1/2014 con le seguenti motivazioni:
“La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.

La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.” (per testo integrale della sentenza: http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do )

Dopo mesi,incontri e tavoli la bozza di riforma non muta, se non in minima parte, il vecchio dettato normativo. Una soglia di sbarramento tanto alta da dirigere forze politiche “minori” o verso l’omologazione delle coalizioni o verso un inesorabile oblio politico. Una maggioranza del 35% per l’assegnazione del premio (questo l’unico allineamento della bozza con la sentenza della Corte), che di fatto rischia di non assolvere al proprio compito se dovessero presentarsi alle elezioni tre blocchi forti (come in Italia è sempre stato). Ma la cosa più importante, ed in aperto contrasto con la Consulta, è la totale assenza della possibilità all’elettore di eleggere direttamente il proprio rappresentante.

Questo è il punto cruciale della questione. Analizziamolo meglio.

L’esperienza italiana ha dimostrato come l’assenza di un sistema fondato sulla libera scelta degli elettori abbia, non solo dato luogo a smisurati poteri da parte delle “stanze di partito” (stanze blindate non certo quelle delle vecchie sezioni che proprio di vetro non erano neanche all’epoca), ma anche di fatto de-responsabilizzano politicamente e giuridicamente l’operato di ogni parlamentare messo li da organi e dirigenti del proprio partito (non dimentichiamoci che in Italia sono ancora in vigore ingiustificate tutele nei confronti dei parlamentari come il divieto di mandato imperativo e l’immunità figlie di altri tempi e di altre circostanze ormai totalmente mutate).

Tutto ciò ha portato ad una stagnazione di potere e di persone collocate sempre nelle stesse posizioni nel tempo, senza rispondere del proprio operato a nessuno dei “propri elettori” ma solo a ristrette clientele e potentati in grado di garantire la sicurezza della propria posizione.

Quale parlamentare, sicuro di essere inserito (grazie e favori ed altro) in una lista bloccata con almeno il 20-25%, si sentirebbe direttamente responsabile delle proprie scelte di fronte ad un “elettorato”?

Senza le preferenze siamo passati da una democrazia parlamentare ad una oligarchia partitocratica dove SONO (e continueranno ad essere) i partiti a scegliere i rappresentanti in Parlamento, il Governo e il Presidente dalla Repubblica senza nessun minimo indirizzo da parte dell’elettorato. All’elettore di fondo rimane solo la possibilità di dire quanti posti spettano ad uno più che ad un altro ma le persone sono imposte dall’alto.

Un Parlamento di nominati. Ma nominati da chi? Non certo dal proprio elettorato ma solo da dirigenti dei partiti stessi. Di fatto togliendo ogni essenza al libero voto democratico.

Un altro punto che i detrattori delle preferenze sono soliti usare a sostegno della propria tesi è che in altri paesi europei le preferenze sono assenti. Forse si dimenticano che in altri paesi europei l’elezione del primo ministro avviene direttamente dall’elettorato (cosa che non avviene in Italia) così da rendere non solo l’intero Governo direttamente responsabile verso l’elettorato ma anche l’intero partito di maggioranza (vedi Francia vedi Inghilterra). In Italia sarebbe perfettamente coerente con il sistema che a discapito di qualsiasi partito abbia ottenuto la maggioranza il sig. Mario Rossi possa essere nominato Presidente del Consiglio fino alla fine della sua vita, se la maggioranza parlamentare fosse d’accordo.

Insomma il punto di tutto sono le preferenze senza di esse qualsiasi riforma sarà un “Porcellum 2.0”. Non si può creare il bipolarismo per legge, il bipolarismo è, e deve essere, una libera scelta degli elettori.

Non possiamo neanche trincerarci dietro le poco fortunate esperienze regionali che, pur avendo le preferenze, riscontrano un alto tasso di corruzione e malcostumi. Questo perchè la mentalità politica totalmente deresponsabilizzata a livello nazionale permea ogni strato istituzionale e cultura politica

Un fisiologico ricambio della classe politica rimane comunque impossibile senza che l’elettore possa esprimere chi per lui è più degno di rappresentare le sue istanze in Parlamento.

E non ci dimentichiamo che in un sistema democratico non si può destituire di fondamento ignorando una sentenza dell’organo garante dell’idoneità costituzionale delle leggi con degli accordi politici. Pertanto speriamo che i politici si armino di santa pazienza e rispettino quel minimo di garantismo che permea il nostro ordinamento istituzionale adeguandosi alla sentenza.

Porcellum

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Caso Marò, 470 giorni dopo cosa rimane?

Il caso rimasto sull’onda della cronaca per qualche mese è ora inesorabilmente sceso nell’abisso del dimenticatoio mediatico. Ma è stato detto tutto? Molte le cose irrisolte in questo caso. In primis l’autopsia dei due pescatori non esiste. I corpi si sono miracolosamente volatilizzati senza nessuna possibilità da parte dei difensori dei nostri soldati o da qualsiasi altra autorità italiana di poter vedere i corpi delle vittime. Secondo, l’Enrica Lexie, la petroliera difesa dai nostri marò, si trovava in acque internazionali come conferma James, il primo ufficiale di coperta indiano della petroliera: «Eravamo in acque internazionali», quindi, secondo il diritto della navigazione, se la nave Enrica Lexie batteva bandiera italiana qualsiasi cosa successa a bordo sarebbe dovuta essere di competenza dello Stato italiano.

Ma a causa di una, chiamiamola così, incomprensione tra la Farnesina e il Ministero della Difesa alla nave viene detto di entrare nel porto di Kochi, dove i nostri marò vengono messi agli arresti.

Da qui l’inizio di un calvario umano e diplomatico dove l’Italia grazie ai suoi potenti mezzi riesce, nonostante le palesi violazioni delle convenzioni internazionali da parte del governo indiano, a far rientrare i marò in Italia solo in occasioni delle elezioni con la promessa che il 18 marzo scorso al massimo “gli imputati” venissero riconsegnati alle autorità indiane. La figuraccia che ne seguì è nota. Il passo indietro dell’Italia sulla restituzione dei “prigionieri” e il muso duro nei confronti degli indiani che, in una vittoriosa rappresaglia, minacciano l’ambasciatore italiano a Nuova Dheli (o minacciano di non pagare le commissioni di Finmeccanica sulla vendita di costosissimi elicotteri militari?) fanno abbassare le coda al nostro governo che senza esitare riconsegna i marò. Era il 21 marzo.

E da allora? E da allora l’attenzione dei media è calata e dopo le prime assicurazioni sulla non sottoposizione alla pena di morte dei nostri soldati non si è più parlato delle sorti dei nostri uomini.

Ma tutto ciò è stato secundum ius? Enzo Cannizzaro ordinario di Diritto Internazionale alla facoltà di Giurisprudenza all’università  “La Sapienza” di Roma spiega in un’intervista: “Il fermo o il solo processo nei confronti dei due soldati italiani costituiscono un illecito internazionale da parte dell’India” e all’Ansa spiega come, ”senza alcun dubbio”, per i due maro’ valga il principio dell’immunita’ funzionale.I due Marò per il professore agivano nell’ambito di una missione autorizzata dall’ONU e secondo le regole del diritto internazionale godevano dell’imunità funzionale. “L’immunita’ funzionale”- spiega Cannizzaro-“è una regola consuetudinaria del diritto internazionale che vige sin dal 1700, in base alla quale gli atti di un organo dello Stato connessi all’esercizio delle funzioni vanno imputati allo Stato” e ”non alle persone” che li hanno commessi. Cio’, e’ la sua precisazione, ”vale sicuramente in quanto i due hanno agito in acque internazionali” e, ”a mio avviso, varrebbe anche se il fatto fosse avvenuto in acque territoriali indiane”. Quella stessa immunità funzionale che applicammo al soldano statunitense che uccise Calipari durante la liberazione della giornalista Sgrena tanto per citare un esempio, ma a migliaia potrebbero essere i precedenti dell’appplicazione dell’immunità in questi casi nel diritto internazionale. (fonte Bliztquotidiano)

L’Italia, sempre secondo il giurista, potrebbe ”attuare o minacciare contromisure come l’interruzione dei rapporti diplomatici e commerciali, chiedere l’apertura di una commissione di inchiesta o di arbitrato – anche se, in mancanza di un trattato, l’India non e’ obbligata a rispondere – o esperire uno dei 4 sistemi di controversie previsti dalla Convenzione Onu sul diritto del mare davanti al tribunale internazionale del mare”.

Ma sappiamo bene che interessi commerciali e finanziari sono molto più importanti del rispetto, dell’onore, e della dignità di una professionalità che ha sempre eseguito il proprio dovere con spirito di abnegazione e senso dello Stato.

L’ultima notizia risale al 25 aprile quando si sarebbe dovuta svolgere l’udienza, ed intanto la Corte Suprema di New Delhi non fà altro che rinviare allungando così i tempi giudiziari di un calvario.

in un’agenzia dell’Adnkronos del 15 maggio scorso il Ministro Bonino assicurava: anche la nuova procedura e la nuova indagine, che dovrebbe durare due mesi”, “esclude la pena di morte” per i due militari. La “strada da perseguire” ha spiegato il ministro nel corso dell’audizione al Senato davanti alle Commissioni Esteri riunite del Parlamento, e’ quella del “processo rapido”. La Bonino ha proseguito sostenendo che “non verremo meno dall’affermare le nostre convinzioni sul diritto internazionale, ma dobbiamo trovare ora il modo di riportarli a casa”. La strada intrapresa, ha aggunto puo’ “consentire una soluzione equa della situazione”. Il ministro ha anche riferito che l’inviato del governo, Staffan De Mistura, rientrera’ oggi da New Delhi. (fonte Adnkronos)

Chiediamo che questa vicenda non finisca nel dimenticatoio, che se ne parli il più possibile e chiediamo la liberazione immediata dei nostri marò con l’applicazione delle norme di diritto che prevedono un processo in patria, tutelati dalle leggi che hanno sempre contribuito a difendere con altissimo senso dell’onore e dello Stato.

Viva l’Italia e viva chi la difende!!!

Immagine

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento

Abolizione del Finanaziamento pubblico ai partiti, il populismo che uccide la democrazia.

Ieri il Presidente del Consiglio Gianni Letta annuncia su twitter che il CdM ha trovato l’accordo per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

Nell’Italia post unitaria e liberale l’elettorato attivo e passivo era censitario, potevano essere eletti e elettori solo coloro che possedevano un certo reddito, al di sotto di quella soglia il cittadino medio (la stragrande maggioranza) era completamente tagliato fuori dall’attività politica. Parliamo del fatto che in quegl’anni chi poteva permeterrsi di votare e di essere votato non sfiorava neanche il 2,5% della popolazione. Non era solo il censo ad impedire l’attività politica dei cittadini ma anche ipso facto la totale assenza della retribuzione delle cariche elettive. Ciò consentiva solo a chi possedeva altre forme di entrate (non derivanti da salari) di poter impegnare il proprio tempo in politica.

Una delle grandi battaglie delle sinistre fu proprio questa, consentire anche a chi viveva di salario di poter essere partecipe alla vita dello Stato ed essere così portatore di quelle istanze di categorie completamente tagliate fuori dai poteri economici e dai capitalisti.

In Italia la prima legge sul finanziamento pubblico fu la 195/1974 detta anche legge Piccoli approvata da tutti i partiti (tranne appunto il Partito Liberale). Tale legge fu introdotta proprio perchè grazie al sostentamento diretto da parte dello Stato ai partiti, quest’ultimi non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici.

La ratio della legge era e rimane tutt’ora questa.

Conosciamo tutti gli sviluppi, i referendum e le modifiche intervenute su questa legge che hanno portato ad un evidente abuso di un fondamentale principio democratico ovvero quello di poter consentire a tutti, senza distizioni di censo, l’attività politica. Principio che impedisce di “immettere” nel mercato degli interessi gli ideali, i valori e le problematiche di una collettività svendendole così al miglior offerente.

Non bisogna però lasciarsi trasportare dal populismo estremista e dall’antipolitica, che non solo uccidono la democrazia conquistata col sangue dei nostri avi, ma che anche fanno il gioco dei veri potenti (quelli economici, capitalistici ecc) che sono sempre pronti ad attendere quel “vuoto” di potere, che populismo e antipolitica inevitabilmente creano, per inserirsi e finalmente poter fare veramente il loro porco comodo più di quanto stiano facendo oggi.

In un’antervista rilasciata ad aprile 2012 per “Repubblica” il costituzionalista Massimo Luciani spiega: “I partiti hanno in cassa molti più soldi del necessario. C’è chi dice che i fondi debbono essere ridotti a un quarto di quelli attuali. Io non so indicare una cifra, magari c’è una soluzione intermedia. I partiti non servono solo a fare le elezioni, quindi non basta il solo rimborso elettorale. Credo però che bisognerebbe affrontare un grande dibattito pubblico per stabilire cosa è congruo. Insomma, stiamo attenti a non assecondare il vento dell’antipolitica altrimenti arriveremo alle prossime elezioni con livelli di populismo sudamericano”. 

Infatti secondo uno studio de Institute for Democracy and Electoral Assistance (Idea) i paesi che non applicano il finanziamento pubblico ai partiti sono 60 nel mondo alcuni dei quali hanno un bassisimo tasso di democraticità, tanto per citarne alcuni: Afghanistan, Botswana, Cambogia, Repubblica Centrafricana, Egitto, Ghana, Iran, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan, Sudan e Zambia.

Nel nostro continente invece tutti i paesi con una radicata tradizione democratica prevedono una qualche forma di sostentamento diretto da parte dello stato ai partiti. In Germania ad esempio vige un finanziamento pubblico fisso ai partiti per un totale di circa 133 milioni di euro all’anno. In Francia sono  70 i milioni di euro annui calcolati in base ai voti ottenuti alle precedenti elezioni dell’Assemblea Nazionale, ai quali vanno aggiunti altri 40 in base ai rappresentanti presi da ogni partito nelle due Camere. Più complesso il Regno Unito che stanzia 2 milioni di sterline da dividere tra i partiti competitori con dei premi aggiuntivi per il partito di opposizione.

Sicuramente sproporzionato è invece il sistema italiano definito “contributo per le spese elettorali”, dove i rimborsi vengono calcolati in basi a quanti voti un partito ha preso diviso non il numero dei votanti ma di TUTTI i cittadini.

Vi è sicuramente una serie necessità di modificarlo, anche semplicemente prendendo esempio da paesi più “virtuosi”.

Tuttavia bisogna essere molto accorti e non lasciarsi trascinare nelle onde di anitipolitica e del populismo che nella storia hanno sempre reso fertili terreni per devastanti dittature o sanguinose rivolte che hanno sempre mietuto le stesse vittime: il popolo.

Il funzionamento della macchina democratica è estremamente complesso con equilibri al suo interno molto deboli, che necessitano di dibattiti con tutte le componenti sociali per poter essere modificati.

Immagine

In verde gli stati che prevedono rimborsi elettorali, in arancione quelli che prevedono finanziamenti annuali, in rosa quelli che prevedono entrambi, in rosso quelli che non prevedono finanziamenti pubblici (grigio = dati non disponibili, fonte IDEA.int)

Pubblicato in Socio-Politica | Lascia un commento